
Intervista a Irene Stracciati, danzatrice e coreografa indipendente
In occasione dello spettacolo “Antigoni”, che andrà in scena domenica 26 gennaio alle ore 19:00 nel nostro teatro per la rassegna DRITTI AL CUORE, abbiamo intervistato Irene Stracciati, la regista e coreografa dello spettacolo.
Benvenuta, Irene! Grazie per essere qui con noi. Per cominciare, raccontaci come è iniziata questa meravigliosa storia con la danza.
«La mia storia con la danza inizia circa 40 anni fa. Sono una danzatrice di formazione classica, e ho avuto l’opportunità di essere guidata da alcuni dei più grandi maestri e danzatori, che mi hanno permesso di raggiungere un livello tecnico avanzato. La danza classica è ancora una grande passione per me, tanto che continuo ad insegnarla. Tuttavia, la mia ricerca artistica mi ha portata a esplorare il movimento contemporaneo e sperimentale, un viaggio che mi ha arricchita moltissimo. Un altro momento fondamentale della mia formazione è stato quando per otto anni ho avuto il privilegio di essere assistente del grande coreografo Virgilio Sieni, una figura che mi ha insegnato tanto, non solo dal punto di vista tecnico, ma anche come artista.»
C’è stato un cambiamento nel tuo approccio alla danza, soprattutto negli ultimi 20 anni. Vuoi raccontarci di più?
«Sì, da più di 20 anni i protagonisti principali dei miei spettacoli sono danzatori con sindrome di Down e con disturbi psichiatrici. Questo non è stato un caso, ma una scelta: siamo andati a cercarli, a scoprire questi talenti nascosti. Per me, ciò che è affascinante in questo lavoro è la fragilità dei loro corpi. Mi sono distaccata dall’idea della bellezza tradizionale del danzatore, fatta di muscoli potenti, tecnica e virtuosismo. In questi danzatori “non ordinari” trovo una bellezza completamente diversa, fatta di fragilità, poesia e verità. Questi corpi ci parlano in un modo unico e profondo, e sono convinta che questa sia la vera bellezza.»
Ai Carichi Sospesi sarà in scena la compagnia “Ego Sum”: ci racconti come si è formato questo gruppo di ballerine?
Il gruppo Ego Sum è nato quasi per caso, ma in modo molto naturale. Tutto è iniziato con un laboratorio di danza che ho tenuto, a cui sono stata chiamata dalla psicologa Jehona Sehu. Jehona si occupa di progetti di autonomia per ragazzi con disabilità e li segue nella loro vita a trecentosessanta gradi. Dopo quel primo incontro, ci siamo rese conto che poteva essere qualcosa di straordinario. Quindi, invece di fermarci alla dimensione terapeutica, abbiamo deciso di provare a costruire un gruppo vero e proprio, dando loro una formazione professionale. Io non credo che a persone con disabilità vada offerto un surrogato dell’arte. Credo che la vera terapia risieda nell’arte stessa, così come è per le persone cosiddette ‘normodotate’. Voglio dire che la danza, proprio come è stata per me, può essere una vera salvezza. La danza mi ha salvato la vita e continuo a crederlo ogni giorno. L’arte, se data nella sua vera essenza, ci mette in contatto con la nostra parte più profonda, ci permette di evolverci come esseri umani, come individui, e, se c’è del talento, come artisti.
Ad oggi sono cinque le componenti di questa compagnia straordinaria e continuiamo a fare questo lavoro bellissimo, l’ultimo nostro lavoro è proprio Antigoni, che ora è in tournée in tutta Italia: dopo lo spettacolo di domenica 26 gennaio a Padova saremo a Siena, all’interno della rassegna della Corte dei Miracoli, centro culturale realizzato nell’ex ospedale psichiatrico, che era uno dei più grandi d’Italia, proprio nella mia città.
Come mai avete deciso di concentrarvi sulla tragedia di Antigone per questa produzione?
Quando mi innamoro di qualcosa da portare in scena e lo voglio fare a tutti i costi, all’inizio è difficile capirne il perché. Soprattutto con il corpo, che è un linguaggio non verbale, è difficile “verbalizzarlo”. Il personaggio di Antigone mi ha sempre affascinata: questa donna che è disposta a tutto per amore, a sacrificarsi pur di fare ciò che ritiene giusto…anche se, in realtà, quello che ha scaturito la costruzione dello spettacolo è stata la lettura dell’interpretazione di Antigone di Jacques Lacan: la sua immagine affascinante, seducente, che lui descrive nel suo “fulgore insopportabile, in quello che ha e che ci trattiene, e ci lascia allo stesso tempo interdetti nel senso che ci intimidisce, perché è sconcertante, perché è una vittima volontaria che racchiude il mistero del desiderio. La sua bellezza produce un effetto quasi visionario, ed è proprio quello che ho voluto raccontare nello spettacolo: una serie di visioni, queste cinque Antigoni non sono altro che la scomposizione di questa donna, nei suoi vari aspetti da me interpretati. In particolare questo viaggio che lei compie in questo luogo, in questo limbo, che è il luogo tra la vita e la morte mi ha fatto venire in mente tutto quello che ho costruito in termini di scene e coreografie per questo spettacolo.
